La Corte Costituzionale con la sentenza n. 68/2025 ha ampliato il campo di riconoscimento giuridico dei figli nati da fecondazione assistita praticata all’estero nelle coppie omosessuali composte da due donne.
La Consulta ha però anche confermato la propria inclinazione a negare l’accesso alla procreazione medicalmente assistita alle donne single.
Il riconoscimento di maternità a entrambe le donne
La Consulta ha risolto i quesiti posti dal Tribunale di Lucca e dichiarato illegittimi i divieti che finora impedivano ai figli nati all’estero tramite fecondazione medicalmente assistita eterologa, di ottenere fin dalla nascita lo status di figlio riconosciuto anche dalla madre non biologica (madre intenzionale).
La sentenza rinforza l’idea che in presenza di una coppia lesbica che ha fatto ricorso alla fecondazione assistita all’estero dove questa pratica è lecita, il bambino possa avere due madri riconosciute sin dalla nascita.
I giudici hanno superato elementi negativi contenuti nelle circolari ministeriali che avevano fino a questa pronuncia limitato il riconoscimento a solo una delle due madri.
La pronuncia della Corte Costituzionale e gli articoli
violati della Costituzione
La Corte chiarisce che la discussione non riguarda l’accesso alla Procreazione medicalmente assistita (PMA) nel nostro Paese, ma attiene essenzialmente all’interesse superiore del minore.
Negare il riconoscimento della madre non biologica fin dalla nascita infatti violerebbe l’identità personale del bambino e il suo diritto a un inquadramento giuridico stabile.
Gli articoli della Costituzione violati dalle disposizioni contrarie al riconoscimento, secondo la Corte sono:
- Articolo 2: tutela dell’identità personale e diritto a uno status giuridico certo;
- Articolo 3: principio di eguaglianza, ritenuto violato dall’attuale disciplina senza un chiaro controinteresse costituzionale;
- Articolo 30: diritti del minore nei confronti di entrambi i genitori e la responsabilità genitoriale.
Responsabilità reciproca e diritti del minore
La Corte ribadisce che l’interesse del minore va posto al centro della riflessione normativa.
Secondo la sentenza, se una coppia decide di ricorrere alla PMA, entrambe le genitrici assumono un impegno di responsabilità; nessuna delle due può sottrarsi a questo impegno, nemmeno la madre intenzionale.
Il minore ha dei diritti non solo nei confronti della madre biologica, ma anche della madre intenzionale, quali:
- mantenere relazioni significative;
- diritti di mantenimento;
- diritto all’educazione e assistenza morale.
La decisione potrebbe aprire la strada al riconoscimento multiplo per i bambini di coppie omosessuali nati all’estero da PMA eterologa, facilitando la regolarizzazione dei rapporti familiari fin dalla nascita.
Restano però alcuni vuoti normativi che andrebbero colmati: il quadro normativo nazionale potrebbe essere adeguato per riflettere l’evoluzione delle strutture familiari e delle politiche di famiglia. La stessa Consulta ha segnalato la necessità di bilanciare l’interesse del minore con principi di equità, responsabilità e tutela della famiglia come istituzione.
Donne single e accesso alla PMA: qual è l’orientamento della Consulta
Nella stessa sentenza, la Corte ha affermato che sia invece ragionevole negare l’accesso alla PMA alle donne single.
Questa presa di posizione rientra in una valutazione etica e sociale sulle implicazioni bioetiche e sui riflessi della genitorialità nei contesti privi di una figura paterna.
Tuttavia, la Corte non esclude che il legislatore possa, in futuro, modificare la disciplina e consentire l’accesso anche a nuclei familiari monoparentali poiché non esistono ostacoli costituzionali a un eventuale cambiamento.



